Pet Sematary (2019) – Recensione

Pet Sematary (2019) – Recensione

Una nuova inquietante versione, senza particolari velleità

Chiariamo subito una cosa: per comodità si tende a parlare di remake, ma si dovrebbe menzionare Pet Sematary come nuovo adattamento del romanzo di Stephen King del 1983. Succede talvolta che la prima trasposizione (in questo caso, Cimitero vivente – Pet Sematary di Mary Lambert del 1989), diventi iconica e fissi un immaginario nella mente degli spettatori, difficile da modificare o sostituire. Per questo quando si parla di un nuovo adattamento viene spontaneo paragonarlo al primo ed è quello che in parte viene fatto in questa recensione.

Pet Sematary 2019 recensione del film

Pet Sematary

(Pet Sematary)

Nazione: Stati Uniti

Anno: 2019

Regia: Kevin Kölsch, Dennis Widmyer

Sceneggiatura: Jeff Buhler, David Kajganich

Interpreti: Jason Clarke, Amy Seimetz, John Lithgow, Jeté Laurence, Hugo Lavoie, Lucas Lavoie, Obssa Ahmed

La famiglia Creed, composta da Louis (Jason Clarke), Rachel (Amy Seimetz) e dai loro due figli Ellie e Gage, si trasferisce in una casa di campagna. Nei paraggi si trova un cimitero degli animali, oltre il quale, delimitato da una catasta di legna e radici, inizia un territorio misterioso, che sembra abbia proprietà magiche, in grado di riportare in vita i morti. Quelli che ritornano però non sono più come prima.

Il nuovo Pet Sematary riprende pari passo la struttura del film di Mary Lambert del 1989, con una modernizzazione dei personaggi e degli eventi. Conosciamo tutte le tappe e le vediamo materializzarsi davanti ai nostri occhi una dietro l’altra: l’arrivo nella nuova casa che si trova vicino ad una strada pericolosa, l’inizio dell’amicizia con il vicino, la morte del gatto di famiglia e via dicendo. Certo, ci sono i cellulari e la presenza di effetti speciali digitali, ma la sostanza rimane la stessa. Da un certo punto in poi però la situazione prende una strada parzialmente diversa da quella che conosciamo. L’importanza dei personaggi viene ridistribuita, a cominciare da quella del gatto, che in questo film assume una rilevanza particolare.

Church, che stavolta è un grosso Maine Coon (razza che d’altra parte è originaria del Maine, dove vivono i protagonisti del film e dove sono svolti molti racconti di King), non è più solo la prova che il territorio oltre il cimitero degli animali riporta indietro i morti, se questi vi vengono seppelliti. Il suo ruolo è invece quello di innescare una reazione a catena, che porta la famiglia Creed in una direzione senza via di ritorno.

A questo punto un piccolo spoiler, che tale non è se avete visto uno dei trailer. Stavolta non tocca al piccolo Gage (Hugo e Lucas Lavoie) la morte sulla strada, ma alla figlia maggiore Ellie (Jeté Laurence). Questo apre la possibilità di scenari forse ancora più inquietanti di quelli presentati dal film di Mary Lambert. Una bambina di 9 anni può essere consapevole della morte ed essere in grado di pronunciare frasi come “ero morta, non è vero?”. Può avere atteggiamenti più diaboloci, in quanto è capace di pensare più in grande rispetto al fratellino di 4 anni, nascondendosi ad esemio con un bisturi in mano in un punto strategico. Ellie si rivela la protagonista più inquietante di Pet Sematary, facendo concorrenza alla famigerata Zelda, la sorella malata della madre.

Tutti noi sappiamo che le aspettative principali nei confronti di Pet Sematary ruotano proprio attorno a questo personaggio, che nel film di Mary Lambert era interpretato dall’attore Andrew Hubatsek, il quale era riuscito a conferire a Zelda un aspetto decisamente impressionante. Relegata ai ricordi della signora Creed, Zelda mantiene nella versione del 2019 un ruolo molto simile, con la differenza che in sé fa molta meno paura. Nei flashback in cui Rachel è bambina, ciò che funziona maggiormente con Zelda è il non vederla. Il percepirla tramite scricchiolii e spostamenti al piano di sopra, la rende molto più spaventosa che vederla in faccia.

Nonostante per buona parte del film seguiamo le azioni del signor Creed, un Jason Clarke assolutamente giusto per la parte, è la signora Creed, insieme ad Ellie, la protagonista della scena più conturbante: la scoperta del ritorno della figlia, che le va incontro e la abbraccia. Nell’espressione e nella gestualità di Amy Seimetz (probabilmente la presenza più interessante di questo Pet Sematary), percepiamo tutto l’orrore provato di fronte al ritorno di qualcosa che ricorda solo lontanamente la figlia.

E Pet Sematary è proprio questo: un film (e prima ancora del film, una storia) sull’orrore della morte, sull’impossibilità di accettarla, che diventa tale al punto da preferire in certi casi un cadavere che si rianima. Non c’è spazio per l’ironia. Perfino il personaggio del signor Crandall (John Lithgow), che dovrebbe essere un anziano gioviale signore con un passato tormentato, si rivela una sorta di musone che non sorride mai. Sanguinoso e violento, Pet Sematary non lascia speranze nemmeno nel finale, che rimane aperto come in origine, ma in un modo del tutto inedito. Da vedere se si è appassionati di Stephen King e si è aperti all’idea di un nuovo adattamento dopo trent’anni, senza aspettarsi un capolavoro.

Easter Eggs rilevati: un cartello stradale che indica la distanza da Derry, nome della cittadina in cui si svolge IT, ricorrente nelle storie di King.

Voto: 7/10

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